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- Torre quattrocentesca - (galleria foto)

Fra i monumenti più significativi dì Minervino certamente la Torre occupa un posto importante. Nel 1454, alla morte di Gabriele Orsini, duca di Venosa, che era anche barone di Minervino, la nostra Città fu ereditata dalla figlia di costui, Maria Donata, che era sposata a Pirro Del Balzo, figlio di Francesco, duca di Andria. Fu proprio il Del Balzo che fra il 1454 e il 1462 costruì la Torre su una delle ultime colline nord occidentali della Murgia. Essa nacque come osservatorio: infatti, sul muro esposto a ponente esisteva una lapide senza data, la cui iscrizione ne precisava la destinazione. La trascrizione della lapide è "CONSTRUIVIT IN SPECULA DUX HUIUS TERRAE DEL BAUCIA PIRHUS". Al di sopra di essa era stato anche posto uno stemma in marmo dei Del Balzo, una stella a diciassette punte, che evidentemente dovette essere asportato, in data imprecisabile, nel corso di uno dei numerosi scempi che la Torre ha subito nei secoli. La costruzione era isolata, fuori dell'abitato, e così rimase per molto tempo, sino a quando verso la fine del XVII secolo il paese non cominciò ad estendersi verso Sud, occupando la collina dove essa è posta. Attualmente, soffocata tutt'intorno da altre costruzioni addossate ad essa e sfregiata in molte sue parti, è appena visibile il suo corpo superiore. Sulla sua sommità un chiosco, costruito in epoca recente, costituisce una prova evidente del cattivo gusto di chi, avendo abusivamente fatto della Torre una proprietà privata, lo aggiunse a sanzionare il proprio successo. La Torre è legata a vari episodi della Storia del Meridione. Il più importante avvenne nel 1462. Nel 1458, con la morte di Alfonso d'Aragona, il Reame era andato a suo figlio Ferdinando. Costui, considerato molto diverso dal padre, era inviso a molti dei Baroni, fra cui primeggiava Giannantonio Orsini, figlio di Ramondello, Principe di Taranto. Orsini, per il prestigio goduto nel regno, non riscuoteva molte simpatie da parte del nuovo re, che aveva anche tentato di sminuirne la potenza sottraendogli alcuni baronaggi. Capeggiati appunto dall'Orsini, nel 1459, una parte dei Feudatari che avrebbero volentieri visto al posto di Ferdinando un d'Angiò, ebbero contatti con Giovanni, figlio dell'ultimo Re di Napoli di quella casata, Renato, spingendolo a tentare di rientrare in possesso del Reame. Cominciò allora quella guerra, descritta cosi minuziosamente dal Pontano, alla quale non furono estranei anche il Pontefice e lo Sforza. Ed è particolarmente dal Pontano che apprendiamo le vicende di questa guerra, che riguardano la nostra Città. Nel 1462 Giannantonio Orsini corse ad assediare Andria, il cui barone, Francesco Del Balzo, cognato del Re, gli resistette per ben 49 giorni, aiutato anche dal figlio Pirro, duca di Minervino. Stremata dalla resistenza prolungata, infine la Città si arrese. La notte precedente però Pirro era riuscito a fuggire per evitare di trovarsi il giorno dopo in presenza dell'Orsini, che aborriva particolarmente. Questo gesto irritò maggiormente il principe di Taranto. In Minervino intanto un tumulto era scoppiato e la Città era passata alla fazione dell'Orsini, che mandò dei messi per prenderla in consegna. La duchessa, Maria Donata, trovò scampo con i figli e una parte dei suoi fedeli nella Torre costruita da poco, dove si rinchiuse in attesa dei rinforzi già promessi dal Re mentre il palazzo baronale fu invaso e saccheggiato. Dopo la presa di Andria il Principe Giannantonio si diresse quindi alla volta di Minervino, ostinato a voler punire Pirro, che gli era già sfuggito la prima volta. Ma Pirro non era qui. Maria Donata non volle cedere alle intimidazioni dello zio (Giannantonio Orsini era fratello di suo padre Gabriele, duca di Venosa) e rifiutò di arrendersi e di consegnare la Torre nelle sue mani. La Duchessa, pur essendo incinta e prossima al parto, dimostrò in questa vicenda una forza d'animo eccezionale che ricorda quella di Caterina Sforza, assediata nella rocca di Forlì. Furono vane le intimazioni, le minacce, le preghiere. Orsini allora approntò tutto il necessario per espugnare la Torre. La costruzione, massiccia e non facilmente prendibile resisteva e contro di essa, secondo il Gollenuccio, furono tirate 109 cannonate che la danneggiarono sensibilmente. Alla costanza e all'ostinazione degli attaccanti si rispose con eguale coraggio e tenacia da parte dei difensori, animati dalla fierezza di questa donna eccezionale. Il Principe, maggiormente irritato da questa resistenza inattesa che ritardava l'esecuzione dei suoi piani, raddoppiò gli sforzi. Continue minacce dì rappresaglie feroci, di stragi, di supplizi, che sarebbero seguiti in mancanza di una resa immediata, venivano gridate di notte ai difensori. Una mattina, svegliandosi, la Duchessa inorridì nel vedere davanti alla feritoia della sua stanza un corpo tagliato a pezzi appeso ad una pertica issata dagli assedianti durante la notte. Intanto la gravidanza di Maria Donata stava per concludersi. Avendo avuto notizia di ciò, Orsini divenne più mite nei riguardi della nipote, non sappiamo se per affetto o per calcolo, e prese ad inviarle giornalmente del vitto adatto al suo particolare stato di salute. La resistenza si rivelava di giorno in giorno più insostenibile. La Torre aveva sofferto gravi danni dalle artiglierie, che avevano sventrato il bastione esterno, le riserve di viveri erano ormai esaurite, mentre sempre più inconsistenti si prospettavano le speranze di ricevere rinforzi. A tale situazione disperata si aggiungeva lo stato della duchessa già afflitta dalle doglie del parto. Sperando nella clemenza dello zio per sé e verso quelli che le erano stati fedeli e l'avevano seguita nella Torre, Maria Donata infine si arrese. Spogliata di quasi tutto quello che aveva con sé fu mandata con i suoi figli a Spinazzola, mentre con quelli che le erano stati fedeli, dice il Tarantino, il Principe Orsini fu spietato, perché ''dicea che essi dovevano rendersi subito e non ubbidire a una Donna in cosa che non potea avere buon fine per loro": li fece impiccare tutti ai merli della Torre. Conclusa questa impresa il Principe si affrettò a recarsi ad assediare Canosa, sperando che una volta presa questa città avrebbe potuto facilmente conquistare Barletta e impossessarsi di tutti i territori al di qua dell'Ofanto. Dopo pochi mesi, nel dicembre dello stesso anno 1462, Giannantonio Orsini fu strangolato nel Castello di Altamura, pare per ordine di Re Ferdinando che, dimentico di quanto Maria Donata aveva fatto, si comportò ferocemente contro il marito di lei, Pirro. Infatti, nel 1485, dopo la famosa Congiura dei Baroni contro di lui nella quale Pirro aveva avuto una parte in primo piano, il Re finse di perdonare i congiurati e li invitò a convito proprio per sanzionare la fine del dissidio. Durante il banchetto però li fece prendere e sgozzare. I loro corpi, chiusi in sacchi, furono buttati in mare. Altri episodi riguardanti, sia pure marginalmente la Torre, avvennero in seguito. Nel 1502, durante la guerra fra Francesi e Spagnoli per il possesso del Regno di Napoli, i primi occuparono Minervino. Nell'aprile dello stesso anno, appresa la notizia della conquista di Bisceglie da parte di Consalvo di Cordova, i Minervinesi decisero di parteggiare per gli Spagnoli. Allora il Gran Capitano mandò subito delle truppe per eliminare il presidio francese che si trovava nella Città. Costoro all'arrivo degli Spagnoli si chiusero nel Castello e nella Torre, ma furono immediatamente isolati. Erano sul punto di arrendersi, quando improvvisamente giunse Luigi d'Ars, capitano francese, con trecento cavalieri e quattrocento fanti con l'intento di liberarli. Ne seguì un violento combattimento con perdite gravi da ambo le parti. Alla fine i Francesi riuscirono a rilevare i presidi assediati nel castello e nella Torre, ma non potendo fronteggiare gli Spagnoli, che erano sensibilmente superiori di numero, si ritirarono verso Venosa. Poco tempo dopo però i Francesi, che si trovavano in Melfi, Lavello, e Venosa, in una delle loro puntate offensive, ripresero Minervino, provocando vari e gravi danni al suo territorio e a quelli vicini di Spinazzola e Montemilone. Intanto i pastori transumanti d'Abruzzo non volevano condurre i loro armenti a svernare in Puglia per timore dei danni che avrebbero potuto ricevere dagli Spagnoli che erano in Barletta e in Andria. Allora il comandante Generale dei Francesi, Duca di Nemours, si offrì di proteggerli e di risarcire gli eventuali guasti subiti. A questo scopo rinforzò i presidi francesi in Cerignola, Canosa, Minervino e Spinazzola. Per essere più pronto ad intervenire pose il suo quartiere generale in Minervino. Qui infatti si trova il Duca quando avvenne la famosa Disfida, detta di Barletta. Successivamente la Torre servì in talune circostanze come luogo di presidio di soldati, che la utilizzarono anche come osservatorio ma non consta sia stata ancora teatro di vicende storiche.

Caratteristiche della torre
Si tratta di una costruzione massiccia a pianta circolare con un muro spesso circa tre metri, a diversi piani che comunicano tra loro non con scalinate costruite ma con scale mobili di legno, per ovvi motivi di difesa. All'esterno era circondata da un bastione a pianta quadrata, che costituiva la sua prima difesa. Fra la torre e questo muraglione esterno lo spazio era in gran parte sgombro, con piccole costruzioni addossate al muro del bastione; in esse si riparavano uomini e cavalli e venivano depositati carriaggi ed altro materiale. Passata l'epoca eroica della Torre, tale spazio fu utilizzati dai pastori del luogo come rifugio per i propri armenti. Il bastione esisteva ancora nel XVII secolo e non si sa quando e perché sia stato demolito. L'attuale proprietario del bene, don Luigi Gravina, così la descrive: "Sotto Pirro del Balzo venne costruita fuori dall'abitato di Minervino, verso Sud una Torre, spia elevata in modo da poter vigilare le mosse di qualsiasi nemico da tutte le direzioni e a perdita d'occhio. Una corona di merli circondò la torre, ed una seconda torretta anche merlata con quattro arcate di prospetto, fu costruita al centro dell'edificio principale. Essa torre è rotonda, dalle linee snelle e non priva di eleganza". Tra i proprietari della torre, in questi ultimi tempi, è la famiglia Limongelli, di quel Limongelli che fu all'epoca fascista regio notaio indi deputato al parlamento italiano e indi regio Prefetto di Viterbo prima, e poi della provincia di Catanzaro. Dopo la caduta del fascismo, la Torre è passata in possesso di popolani. Il suddetto attuale propietario Don Luigi Gravina, ha svolto a suo tempo delle personali ricerche sulla Torre, cercando i diretti discendenti della famiglia del Balzo, purtroppo senza grandi risultati . Nei suoi appunti il reverendo scrive a proposito della discendenza della famiglia 'del Balzo': "Ora mentre la bontà del nostro Creatore, si compiace che Minervino fosse stata sotto il dominio della famiglia del Balzo, che tanto onore hanno concesso alla città di Minervino e perché non si creda che il lustro della casa del Balzo dipendesse coll'essersi imparentati con gli Angioini, si comprende bene che questa casa fosse luminosa anche prima di tale parentado, e che fosse portata nel Regno di Napoli da un tale Beltrando di Provenza. Sebbene i del Balzo, come ad ognuno è noto, siano venuti dalla Francia con Carlo I d'Angiò alla conquista di questo regno, per comune sentimento degli scrittori, questa famiglia trova la sua origine da uno dei tre Re Magi che dall'Armenia vennero in Palestina ad offrire i primi doni a Colui che nasceva per la salvezza del mondo e precisamente da quello che si nominava Baldassare.

La torre oggi
Il dottor Vito Carbone in un suo manoscritto del 1837 dice della Torre: "è di buona architettura, anzi saldissima era..." Quali sarebbero le sua parole oggi se avesse a rivederla dopo tanti anni? Allo sguardo di chi giunge nuovo in queste contrade si presenta come un avanzo del medioevo, un rudere mutilato della sua parte più artistica, il mezzo busto di un gigante dal capo orrendamente sfregiato e questo cucciolo sui tetti di quelle case più o meno alte che sembrano insetti voraci che assalgono il corpo di chi perisce, arrampicandosi, addentrandovi e ove sfondando l'enorme spessore di mura per ingrandire camere... L'opera della mano dell'uomo sfigurò l'antico monumento lasciando di esso nient'altro che una ricordanza deforme. La nostra Torre, se fosse rimasta così come fu concepita e costruita, sarebbe stato un monumento maestoso del quale avremmo ben potuto essere orgogliosi. Purtroppo, essa è ridotta a un troncone che emerge dai tetti delle costruzioni che la opprimono e che dà solo una sensazione vaga della primitiva maestosità . Non è possibile rendersi conto del come un monumento di tanta importanza possa essere stato, in un passato più o meno remoto, trascurato sino al punto di consentire che fosse demolita la muraglia esterna, che vi addossassero altre costruzioni e che, infine, passasse in possesso di privati, con tutte le immaginabili conseguenze per la sua integrità che tale stato comporta.

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