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Secondo la leggenda il nome della città risale al tempo della battaglia di Canne, quando un soldato romano sposò una pastorella nel tempio di Minerva.
Dai reperti ritrovati (lame silicee rinvenute sul monte Scorzone, frammenti di ceramica del II millennio a.C, oggetti neolitici di bronzo e ceramica dei secoli VIII e VII a.C. in contrada Torlazzo e Lamamarangia) si può dedurre un primo insediamento nel II millennio a.C., e la creazione di un centro capannicolo la cui economia si sviluppò nell'VIII-VII sec. a.C..
Tale nucleo abitativo si insediò lungo l'impluvio che scende dalle Murge denominato "Matitani". Esso era situato lungo la direttrice commerciale che collegava i due fiorenti centri dauno-sannitici del canosino e del melfese. Il ritrovamento di tombe di vario tipo, ricche di corredi funerari, ha dimostrato che l'antico Centro ebbe la sua massima estensione nel IV sec. a.C. Testimonianze archeologiche romane si hanno in due iscrizioni funerarie rinvenute in località Pagliarone risalenti al II sec. d.C. e nella villa romana in loc. Lamalunga di età tiberiana. Nel corso del III secolo a.C l'insediamento venne abbandonato, forse a causa dell'arrivo dei Romani in quest'area e ai vari eventi bellici che la interessarono, in particolare alla battaglia di Canne nel 216 a.C. contro gli invasori cartaginesi.
Altre ipotesi avanzate riguardo all'abbandono del sito, oltre alla necessità di avere una posizione più difendibile sulla collina soprastante, riguardano lo sviluppo della vicina Canusium e il proliferare della malaria, favorita dalle acque stagnanti, che ha afflitto in modo endemico la zona fino al secolo scorso. Da questo periodo non si hanno più tracce storiche rendendo oscuri i successivi avvenimenti per diversi secoli. Ai principi dell'VIII secolo d.C., sotto la spinta delle invasioni saracene e ungare gli abitanti dei diversi "casali" (insediamenti abitativi autosufficienti disseminati nelle campagne) confluirono in un unico centro posto per ragioni difensive sulle due colline che dominavano il paesaggio circostante.
Di tali antichi agglomerati rimane traccia nella toponomastica rurale come San Martino, Torlazzo, Lamalunga, Paradiso delle grotte. Per la prima volta nell'era cristiana, Minervino ("Monorobinum") viene nominata dall'Annalista Salernitano, nell'ambito dei saccheggi perpetrati dalle razzie musulmane. Infatti, nell'862 e nell'875, fu saccheggiata e incendiata dai Saraceni con conseguente deportazione dei superstiti ed in seguito, nel 1011, subì ulteriori rappresaglie dai Bizantini fino all'arrivo dei Normanni di Guglielmo Altavilla nel 1041. In questo periodo fu istituita la sede vescovile, con il primo vescovo documentato, Innacio. Raimfrido, terzogenito degli Altavilla, fu il primo Signore di Minervino dal 1051 al 1057. Successore fu il figlio minorenne Abelardo con la tutela dello zio paterno Abelardo, il quale, dopo poco tempo privò il nipote di tutti i suoi possedimenti compresa Minervino.
Gli successero Goffredo, conte di Andria, Di Meo ed altri feudatari.
Nel 1278 il feudo passò alla famiglia Galgano, e dopo a quella di Giovanni Pipino, deceduto a Napoli nel 1316. Gli successe il figlio Niccolò morto nel 1332, ed il nipote Giovanni che si attribuì il titolo di Conte Palatino. Traditore e capo di una banda di masnadieri, si racconta che scorticasse il popolo senza pietà. Durante la guerra civile che afflisse il Regno di Napoli dopo la morte del Re Roberto D'Angiò nel 1342, si schierò ora con una parte ora con l'altra secondo il proprio tornaconto, finendo impiccato nel 1357 ad Altamura, tradito dai suoi mercenari. Successivamente si alternarono diversi feudatari: i Del Balzo, Giacomo Arcucci di Capri (1357 - 1387), Francesco Prignano, Giovanni Capece Tomacelli, Maria d'Enghien, sposa di Ramondello Orsini. I feudatari che si avvicendarono furono molti a causa della povertà del feudo e dei torbidi politici. Nel 1503 Minervino fu occupata dai Francesi e riconquistata dagli Spagnoli guidati da Consalvo di cordova.
Nel 1508, fu concessa dal Re Ferdinando il Cattolico ad Onorato Gaetano d'Aragona conte di Fondi e duca di Troietto, il quale lo rivendette nel 1520 a Paolo Tolosa con regio assenso del 1523. Nel 1598 cadde in potere della famiglia Del Tufo; nel 1611 per sfuggire ai creditori Mario Del Tufo organizzò una falsa vendita del feudo alla moglie per 50.000 ducati.
Ma tale manovra non riuscì e ad istanza dei creditori dei Del Tufo, Minervino fu subastata dal Sacro Consiglio e comprata nel 1619 da Porzia Carafa, moglie di Francesco Pignatelli marchese di Spinazzola e Lavello. Nel 1639, la marchesa donò il feudo al suo figlio primogenito Marzio Pignatelli. Nel 1674 fu acquistata dal duca di Calabritto Vincenzo Tuttavilla. L'ultimo duca, essendo stata abolito il feudalesimo nel 1806 dai Francesi, fu Tommaso, la cui figlia nel 1819 sposò l'Avv. Bucci.
A questa famiglia andò il patrimonio dei Calabritto, compresa la parte burgensatica del Castello, che successivamente fu venduta al Comune per essere adibita a sede della Casa Comunale e di altri Uffici. Il paese partecipò ai moti libertari di fine Settecento e un suo figlio illustre, Emanuele de Deo, accusato di cospirazione contro la Maestà e la religione dello Stato, fu condannato alla forca nel 1794. Un altro giacobino minervinese Giuseppe Natale Vincenzo Elifani nello stesso processo fu condannato a 25 ani di reclusione, ridotti poi a 20, da scontarsi nell'isola di Pantelleria. Da tale prigionia l'Elifani non né usci più, morendo in data imprecisata. L'avvento della Repubblica Partenopea nel gennaio 1799 vide la presa di potere nel paese di un forte partito giacobino costituito dai sopravvissuti alla repressione borbonica come Antonio e Nicola Insabato, Giuseppe e Carlo De Deo, Giuseppe e Metello corsi, Francesco e Michele Tedeschi, Daniele Uva e i fratelli Troysi.
Vi furono degli scontri in cui fu ucciso il sindaco legittimista Francesco Rinaldi ad opera di Felice Tedeschi, ed altre esecuzioni sommarie. Il simbolo del giacobinismo, l'albero della libertà, fu issato in Largo Concezione divenuto poi Piazza Bovio.
La Repubblica Partenopea non seppe guadagnarsi il sostegno dei ceti più umili, succubi della propaganda reazionaria che li indusse a sollevarsi contro gli invasori atei d'oltralpe.
Vi furono devastazioni e crudeltà inaudite, favorite dall'intervento di banditi e malavitosi che avevano tutto da guadagnare in una situazione ormai priva di ordine e sicurezza.
Il 7 ed 8 marzo, invocato dai legittimisti locali, vi fu l'intervento di un numeroso gruppo armato, non molto dissimile da una banda di briganti, guidato dal Mastropasqua, braccio destro di Gennaro Filisio comandante dei sostenitori borbonici.
Dopo duri scontri, in cui trovò la morte lo stesso Mastropasqua, fu abbattuto il governo giacobino e gli esuli si unirono alle truppe del generale francese Broussier.
Nel paese fu nominato come sindaco dell'"insurgenza" Angelo Coppa e segretario Agostino Ruggiero. I due instaurarono un clima di terrore che colpì indiscriminatamente senza fare distinzioni politiche, e svelò la vera natura banditesca dei novelli liberatori.
Incombeva inoltre la minaccia delle truppe sanfediste del cardinale Ruffo, le quali risalite dalla Calabria col pretesto di ridare il trono ai Borboni mettevano a ferro e fuoco tutte le città che incontrarono. Lo scontro si ebbe il 25 maggio in cui un numeroso gruppo di calabresi, dopo essersi fatti consegnare molto denaro, irruppero lo stesso nell'abitato non rispettando neanche le chiese. la principale vittima fu monsignor Troysi, che pur dichiarandosi legittimista non esitò a denunciare i soprusi e le ingiustizie avvenuti negli ultimi tre mesi, denunce che in ultima analisi gli costarono la vita. Col ristabilirsi dell'autorità borbonica furono incarcerati fino al 1801 nel carcere di Barletta tutti gli esponenti giacobini minervinesi già citati in precedenza. Per sottrarsi ad ulteriori denunce Francesco Tedeschi e Metello Corsi emigrarono nel 1803 a Firenze; sorte tragica incontrò anche Giuseppe De Deo morto bruciato dai banditi nel 1806 in Abruzzo mentre esercitava funzioni di giudice.
Nel 1818, Minervino fu privata della sede vescovile a causa probabilmente del clima di discordia creatosi dopo anni di guerre e lutti. Con il ritorno dei Borboni sul trono i lutti non terminarono in quanto la repressione governativa si accanì contro ogni espressione di libertà politica. Ciò favorì la creazione di società segrete carbonare e mazziniane che ebbero la loro parte nel processo risorgimentale dell'unificazione d'Italia.
Dal punto di vista economico, sotto la Restaurazione, si affermarono alcune famiglie abruzzesi trasferitesi per effetto della transumanza, tra queste ricordiamo i Corsi di Capracotta, le cui residenze in stile neogotico sono tra le principali del paese.
La fine del Regno Borbonico portò a un peggioramento della situazione socio-economica con nuove tasse e chiusura di attività produttive; sorsero quindi movimenti di ribellione contro l'esercito sabaudo, il quale reagì duramente con fucilazioni di massa, requisizioni, confische di beni ecclesiastici. Dal 1860 al 1863 in Puglia e in Basilicata si ebbe il fenomeno del banditismo, i cui capi furono visti come liberatori della povera gente contro l'esercito piemontese e la classe dei ricchi latifondisti borbonici riciclatisi come sostenitori del nuovo stato unitario. Le bande maggiori guidate da Carmine Donatello Crocco e Nino Nanco tennero in scacco l'esercito con una tattica di guerriglia: più volte distrutte, si ricostituivano senza difficoltà, con nuovi elementi provenienti dal proletariato contadino.
Ma alla fine furono annientate dalla sanguinosa repressione militare, che tolse loro l'appoggio del popolo con arresti e deportazioni. Il bilancio ufficiale redatto dalla Commissione d'inchiesta sul brigantaggio rivelò l'uccisione di 7151 briganti contro le 287 perdite tra ufficiali e truppa delle forze armate. Agli inizi del Novecento la popolazione di Minervino Murge contava 17.385 abitanti nel censimento del 1901, 19.340 nel 1911 per arrivare ai 24.000 abitanti alla vigilia della seconda guerra mondiale, frutto anche della campagna a sostegno dell'incremento demografico in epoca fascista. Dal punto di vista amministrativo il mandamento giudiziario di Minervino (istituito con legge del 31/7/1892) era compreso nel circondario di Barletta; quest'ultimo (comprendente anche Andria, Barletta, Bisceglie, Canosa, Corato, Molfetta, Ruvo, Spinazzola, Terlizzi e Trani) insieme ai circondari d'Altamura e di Bari componeva la provincia di Bari. Tale provincia aveva due tribunali, a Bari e a Trani: la Corte d'appello ed un Circolo ordinario d'assise a Trani, ed uno straordinario d'assise a Bari. Minervino, secondo resoconti dell'epoca aveva "Banca, fabbriche di candele, di cremor di tartaro, di paste alimentari, distillerie di spiriti, torchi da olio, molini e molti negozi". Dal punto di vista abitativo solo il 2% abitava in campagna.
In paese, in una situazione di accentramento, molti erano costretti a vivere in "abituri insufficienti al numero dei componenti la famiglia, a scapito dell'igiene, contenenti ancora il pollaio, il fienile e la stalla. Molto alte erano le percentuali della mortalità infantile, dovuta allo stato generale di indigenza e alle deficienze igienico-sanitarie.
Nel periodo 1900-1921 circa il 20% dei nati non superava l'anno di vita, un altro 10% non giungeva a compiere il secondo anno. Dei morti, in media 517 l'anno, solo un quinto superava i 60 anni. Sulla mortalità incideva anche la malaria, diffusa nella zona non ancora bonificata del torrente Locone. L'analfabetismo raggiungeva il 79% media superiore a quella regionale della Puglia (74%) conseguenza del fatto che la maggior parte dei ragazzi in età scolare. Pochi grandi proprietari terrieri si spartivano la maggior parte delle terre.
Contadini e pastori erano le figure sociali più diffuse.
Mentre la Murgia era adibita quasi esclusivamente a pascolo, la zona premurgiana veniva coltivata principalmente a cereali. I contadini, proprietari di piccoli appezzamenti di terra, erano costretti per la maggior parte dell'anno a lavorare come braccianti.
Il periodo in cui si usufruiva maggiormente di tali braccianti era quello della mietitura: nella piazza principale (Piazza Plebiscito, oggi Piazza G. Bovio) i "caporali" assoldavano tale vasto esercito di giornalieri con salari molto bassi, dovuti anche alla concorrenza di lavoratori stagionali forestieri. All'arretratezza dei rapporti di produzione, privilegianti la rendita, corrispondeva un'arretratezza tecnico-produttiva: rare erano le concimazioni, approssimativi i sistemi di coltura, ancora in uso l'aratro chiodo o "virgiliano".
Durante i periodi di riposo forzato ci si dedicava alla ricerca di funghi ed erbe selvatiche.
Altro lavoro occasionale, nei mesi invernali, consisteva nella raccolta della neve.
L'alimentazione della classe indigente, oltre ai legumi, era fortemente legata al consumo dei cereali e furono proprio i rilevanti rincari del prezzo della farina e del pane le cause che determinarono la rivolta contadina del 1898.
Nel 1897 vi fu una notevole carestia e coloro che, come Battista Barletta, svolgevano il ruolo di mediatori si arricchirono in breve tempo comprando anticipatamente il grano in inverno e dopo averne fatto incetta lo rivendevano in estate facendone lievitare il prezzo.
Il 1° maggio 1898 la folla esacerbata per il continuo aumento del prezzo del grano, insorse.
Quel giorno alle ore 15, abbattuto il muro che divideva il Municipio dal Monte dei Pegni, la Casa Comunale fu incendiata e devastata. Furono dati al fuoco l'Ufficio del Registro, delle Imposte Dirette, delle Poste e delle Guardie Municipali, la Pretura, Dopo aver incendiato il Municipio venne dato l'assalto all'abitazione di Battista Barletta, ritenuto il principale responsabile della penuria del pane. Costui si difese sparando sulla folla, la quale reagì irrompendo nella casa e trucidandolo. Il popolo si recò poi ad incendiare il casino dei proprietari in piazza. Il dott. Giovanni Brandi temendo che anche la sua casa fosse incendiata, sparò un colpo di fucile uccidendo un contadino.
Ma ciò non bastò a spaventare la folla che dopo averlo inseguito lo uccise. Altri incendi furono appiccati al mulino e al magazzino di Battista Barletta. Le forze dell'ordine locali per riuscire a sedare la ribellione dovettero attendere i rinforzi dell'esercito, assediati com'erano all'interno della caserma dei carabinieri. Tali rinforzi, avvisati tramite telegrafo dall'addetto all'Ufficio Postale Gaetano Uva, intervennero dopo la mezzanotte con un treno carico di soldati guidato dal delegato di P.S. dott. De Battista e unitamente a pattuglie di guardie campestri e municipali iniziarono gli arresti. Dopo la rivolta il paese venne a trovarsi in uno stato d'assedio con migliaia di soldati e cavalleria, centinaia di uomini in camicia trascinati all'alba sui carri dei cellulari. Le libertà costituzionali garantite dallo Statuto Albertino furono sospese, con lo scioglimento del Consiglio Comunale ad opera del commissario Regio Panizzardi, fino al 20 novembre in cui ebbe luogo la votazione per la nomina del nuovo Consiglio comunale che si insediò il 7 dicembre con a capo il sindaco Metello Corsi, consigliere anziano l'avvocato Barletta e Segretario Comunale Ignazio Ferrante.
Il processo che si tenne a Trani vide da una parte centinaia di visi scarniti chiusi come bestie nel gabbione dall'altra un apparato di giustizia repressivo pronto a colpire con centinaia di anni di galera. La responsabilità degli avvenimenti venne addossata ai socialisti, ma si trattò invece di una rivolta spontanea in cerca di giustizia sommaria, come cercò di spiegare l'avvocato Giacinto Francia che si assunse l'arduo compito della difesa degli accusati.
Non c'era ancora un'organizzazione capace di indirizzare le masse su specifici obiettivi, come il miglioramento delle condizioni di lavoro e l'aumento dei salari.
Questo fu possibile solo dopo la nascita dei sindacati e delle leghe dei contadini e dei pastori nel 1902 che utilizzarono l'arma dello sciopero organizzato.
Nell'agosto del 1903 la lega dei pastori, dopo un duro sciopero, ottennero il miglioramento del contratto di lavoro. Nel 1907 la Lega dei contadini iniziava a giugno un'azione di lotta contro l'arrivo dei mietitori forestieri che venivano usati dai proprietari terrieri come mezzo per tener bassi i salari. L'8,9 e 10 settembre vi fu un nuovo sciopero generale per ottenere il rispetto da parte dei proprietari terrieri delle nuove tariffe e delle ore lavorative (dal minimo di sei al massimo di otto). A differenza di altri scioperi avvenuti in precedenza, stavolta l'atteggiamento delle forze dell'ordine fu neutrale, anche se si ebbe uno strascico penale che condannò gli organizzatori dello sciopero (Carmine Giorgio, Brandi, Jezza e Loiodice) a sei mesi di reclusione. Lo sciopero per le tariffe agrarie aveva messo in evidenza il largo seguito dell'organizzazione contadina e socialista presso i lavoratori minervinesi.
Il passo successivo consisté nel proporsi come forza dirigente, cercando di andare oltre il semplice rivendicazionismo. Nelle elezioni amministrative del 1908 Metello Corsi, sindaco dal dicembre 1898, per la sua età avanzata e per le precarie condizioni di salute, aveva deciso di non ricandidarsi dando via libera alla candidatura di Sabino Limongelli, esponente della classe reazionaria dei proprietari terrieri.
Per evitare tale eventualità le forze progressiste dei socialisti, dei boviani, dei repubblicani e dei leghisti si coalizzarono indicando come loro candidato il boviano Michele Lorusso.
La vittoria fu schiacciante e Michele Lorusso fu investito della carica di Sindaco, già ricoperta nel quinquennio 1893-1898. Dal 1908 al 1912 la nuova amministrazione comunale varò le prime timide riforme sociali che portarono allo sviluppo di nuove forme di cooperativismo e all'abbandono della lotta rivendicativa. L'adesione e l'appoggio alla linea tenuta dall'amministrazione Lorusso non fu indolore nell'ambito del movimento riformista: si ebbe infatti la creazione di un movimento di sinistra (Circolo Giovanile Socialista) più intransigente, fautore dell'alleanza con il movimento anarchico.
L'amministrazione del Lorusso, oltre a scontentare i più ferventi riformatori, delusi dalla mancata abolizione del dazio, incontrò l'ostilità di numerosi consiglieri e dell'assessore Michele Barletta contrari alla nuova tassa sulla famiglia che colpiva maggiormente i ceti abbienti. La crisi fu ufficializzata nel maggio 1912 e in ottobre dopo la gestione del commisario prefettizio Vito Guastadisegno, venne nominato regio commissario Luigi De Bonis. Il 1913 vide le prime elezioni a suffragio universale maschile: nel collegio elettorale di Minervino, comprendente Canosa, Ruvo e spinazzola, si sfidarono Raffaele Cotugno, sostenuto da una coalizione eterogenea comprendente i radicali, i socialisti riformisti e gli agrari di Sabino Limongelli, e il figlio di Giovanni Bovio, Corso.
Il Circolo Giovanile Socialista insieme ad altri socialisti formò una nuova sezione, intitolata ad A. Costa, il 13 aprile 1913 ed appoggiò nella contesa elettorale Corso Bovio.
Il Cotugno, forte dell'appoggio dei proprietari terrieri e delle forze dell'ordine più reazionarie, orchestrò una campagna intimidatoria contro i suoi avversari: si ebbero arresti ingiustificati, violenze ordite dai mazzieri, impedimento del voto a molti elettori. In questo modo riuscì a farsi rieleggere, ma ciò non significò la resa delle organizzazioni contadine e socialiste minervinesi che si rifecero in ambito locale: infatti il 28 giugno 1914 i socialisti vinsero la competizione elettorale facendo eleggere tutti i loro 18 candidati. Il primo sindaco socialista fu Castrovilli Savino, gli altri 17 componenti dell'amministrazione comunale furono: Carmine Giorgio, Loiodice nunzio, Macirella Giuseppe, Guglielmi Domenico, Tricarico Salvatore, Gugliotti Domenico Antonio, Carbone Raffaele, Salvati Giuseppe, Cocola Vincenzo, Veglia Michele, Di Cataldo Raffaele, Petilli Savino, Abbattista Michele, Cancellara Domenico e Forgia Angelo. Il nuovo governo socialista durò appena una decina di mesi, fino al 1° aprile 1915, dovendo fronteggiare oltre all'opposizione degli agrari anche l'ostilità del Ministero degli Interni, sempre pronto per sfruttare ad arte ogni scontro tra contadini e latifondisti come pretesto per lo scioglimento del Consiglio comunale.
Tuttavia in questo breve periodo si ebbero importanti riforme come l'istituzione della farmacia comunale per la distribuzione gratuita dei medicinali, fu introdotta la tassa di famiglia, furono abolite le guardie campestri, fu creato un calmiere per i generi alimentari e fu ampliata la struttura ospedaliera. Un mese dopo lo scioglimento pretestuoso dell'amministrazione comunale l'Italia entrò in guerra contro il blocco militare austro-ungarico: anche Minervino diede il suo generoso contributo per la patria con 204 morti in guerra, la maggior parte per i disagi della vita in trincea e per malattie come la broncopolmonite e la polmonite. Le cose non andarono meglio sul fronte civile: il numero dei morti passò da 450 nel 1914 a 1090 nel 1918, complice anche la pandemia di influenza denominata "spagnola". I campi, lasciati incolti si erano ridotti a pascoli, i vigneti erano stati in parte distrutti dalla filossera, il costo della vita aumentava di giorno in giorno mentre la disoccupazione ormai assorbiva un gran numero di contadini.
La Camera del Lavoro, diretta dal presidente Domenico Gugliotti e dal segretario Michele Veglia, in accordo con la sezione socialista agirono per fronteggiare la difficile situazione locale con richieste di nuovi contratti di lavoro, garanzie per l'occupazione, requisizione dei principali generi alimentari. Lo sciopero generale del 20 e 21 luglio 1919 con il notevole seguito popolare dimostrò la reale forza del movimento ed ebbe come effetto la reazione dei proprietari terrieri, consistente nella creazione di organizzazioni paramilitari che potevano godere sul sostegno della magistratura e delle forze dell'ordine che temevano una deriva bolscevica dell'Italia. Le elezioni politiche del novembre 1919 per la prima volta a sistema proporzionale confermarono da una parte la crisi dei vecchi partiti liberali e dall'altra l'avvento dei movimenti di massa, in particolare il P.S.I. riportò 1972 voti contro i 691 voti del Fascio liberal-democratico, i 147 voti dell'A.N.C. e i 30 voti del Partito Popolare.
Il crescente attrito tra fascisti e socialisti portò a scontri di piazza e l'11 aprile 1920 durante un comizio indetto dalla Camera del Lavoro, in Piazza Plebiscito, fu ucciso Ferruccio Barletta, un liceale di 19 anni, e la guardia campestre Vincenzo Nobile.
Nello stesso episodio fu sfregiato in volto da una rasoiata il vice Commissario di P.S. Cordova. Questi avvenimenti non ebbero ripercussioni immediate, ma furono poi utilizzati per sostenere che la situazione in paese sfuggiva al controllo delle forze dell'ordine.
Nel settembre del 1920 i costituì il Fascio dell'ordine, grazie anche all'azione del Commissario prefettizio Pasquale Adriani. Nel Fascio confluirono i grandi proprietari terrieri ed alcuni ex combattenti fra cui il capitano Nicola D'Aloia.
Presidente fu l'agrario Mario Limongelli, figlio di Sabino, il maggior responsabile dello scioglimento nel 1915 dell'amministrazione comunale socialista.
In ottobre quando il commissario prefettizio ritenne che il Fascio disponesse di forze pari a quelle dei socialisti indisse le elezioni comunali che però vide ancora una volta vincente la lista socialista con 2150 voti contro i 1433 andati al Fascio dell'ordine.
Nella prima seduta del Consiglio comunale, il 13 novembre, venne eletto sindaco Italiano Francesco con assessori Carmine Giorgio, Loiodice Nunzio, Fiorillo Valente e Bevilacqua Giuseppe. Nel programma dell'amministrazione socialista erano inclusi il miglioramento dei servizi pubblici, il completamento della rete fognaria, l'illuminazione elettrica, e la costruzione di un nuovo edificio scolastico. Dopo la sconfitta elettorale il Fascio dell'ordine si mutò in Fascio di combattimento con l'adozione di squadre armate costituite da ex combattenti e guardie campestri. L'amministrazione comunale fu osteggiata, negandole la riscossione delle tasse e ricorrendo a intimidazioni e minacce.
Si giunse così al 22 febbraio 1921 quando venne dichiarato lo sciopero generale di protesta contro le violenze fasciste di Spinazzola, a cui non erano estranei elementi minervinesi.
Squadre armate accorsero in paese per far rientrare con la forza lo sciopero e fu dato l'ordine di assaltare e incendiare la Camera del Lavoro.
Come risposta la reazione popolare iniziò a incendiare le masserie e le case coloniche dei proprietari terrieri. In una di queste, per difendere sé stesso e le sue proprietà Riccardo Barbera fece fuoco sui contadini: al termine dello scontro rimasero senza vita lo stesso Barbera, che aveva cercato inutilmente la fuga a cavallo, e i giovani Di Consolo Antonio, Laviola e Tommaso Carbotta. Le forze dell'ordine intervennero a senso unico: vi furono arresti in massa tra i socialisti e coloro che, come i commissari di P.S. Brandi, Grandinetti e il capitano Gaspare, cercarono di frenare le violenze fasciste furono in breve destituiti e trasferiti. Ormai le squadre armate fasciste erano padrone della situazione: nel mese di marzo vennero occupate la Camera del Lavoro e il Palazzo Comunale, costringendo il consiglio lasciato senza alcuna protezione a rassegnare le proprie dimissioni il 20 aprile 1921.
Le successive elezioni in un clima di violenze ed intimidazioni nel maggio 1922 videro il sorpasso dei fascisti sui socialisti con 1908 voti contro 1630, su 5045 iscritti votarono 3575. I mesi seguenti videro la cancellazione di tutte le libertà politiche, numerosi socialisti lasciarono il paese e chi rimaneva non aveva vita facile.
Nel febbraio 1923, quando ci si assicurò che non vi sarebbero state opposizioni, si ebbero le elezioni amministrative comunali nelle quali l'unica lista fascista riportò 4527 voti su 4527 votanti: il nuovo sindaco fu Giuseppe Corsi. Con la conquista del potere fu deciso di creare il mausoleo del Faro per onorare le vittime pugliesi degli scontri contro i socialisti, e tra questi figurarono Ferruccio Barletta, Vincenzo Nobile, Riccardo Barbera, Nicola di Stasi e Domenico Lorusso. Le ultime elezioni politiche con un minimo di parvenza di libertà si ebbero il 6 aprile 1924 e vennero eletti deputati Mario Limongelli e Carmine Giorgio, detenuto in carcere nella lista terzinternazionalista (socialisti e comunisti) insieme a Giuseppe Di Vittorio e a Ruggero Grieco: si apriva il lungo periodo oscurantista del fascismo che tanti lutti avrebbe portato all'intera nazione. Il movimento contadino si ricostituì nel secondo dopoguerra e a guidarlo furono nuovamente alcuni sindacalisti come Michele Veglia e Domenico Gugliotti sopravvissuti al carcere fascista.
Altri fatti di rilievo si ebbero nella cittadina dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente reazione tedesca che prima di ritirarsi compì diverse esecuzioni e distruzioni materiali di edifici e vie di comunicazione come quella del ponte collegante Minervino a Canosa. Tra le numerose vittime della barbarie nazi-fascista ricordiamo i nomi del magg. Aurelio Gisondi, morto nell'eccidio di Cefalonia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, Michele Lombardi e Natale Pace periti nelle file partigiane della Valsesia e del Canavese nel 1944 nell'italia settentrionale controllata dai nazi-fascisti e infine Domenico Pascale morto nel 1945 nella Jugoslavia liberata dal regime degli ustascia croati.
I nomi dei quattro valorosi furono esposti su una lapide commemorativa all'interno del Palazzo Comunale nel 1975 in occasione del trentennale della fine della guerra come simbolo della resistenza partigiana alla dittatura e alla tirannia.
Terminata la guerra, come in altre parti d'Italia vi furono tumulti e insurrezioni tra il blocco delle sinistre, che volevano un regime di tipo sovietico, e i cattolici che, guidati dalla Democrazia Cristiana, volevano far mantenere l'Italia all'interno del gruppo delle democrazie occidentali. Si iniziò il 18 marzo 1945 con tafferugli provocati dai comunisti che intendevano intimorire i cattolici che erano riuniti nella Cattedrale; oltre a far sgombrare la chiesa ed assalire il circolo Unione frequentato dai ricchi possidenti, vi fu il vile assassinio del carabiniere Buttero Guerino di 27 anni di Resana (Treviso).
Del delitto, avvenuto all'altezza di Via Filomeni, furono accusati Barbangelo Vincenzo (condannato a 24 anni di reclusione) e Sciascia Carmine (che riuscì a far perdere le proprie tracce). Il 1° maggio in occasione della festa del lavoro furono bruciate in piazza le cartoline precetto e nessuno rispose alla chiamata alle armi.
La sera del 24 giugno scoppiò una rivolta in seguito all'arresto di diverse persone accusate di furto e di alcuni renitenti alla leva. Minervino aveva dichiarato guerra all'Italia e la cittadina fu trasformata in una fortezza: dal Faro al Castello nei punti nevralgici furono piazzate mitragliatrici e sorsero trincee sulle strade di collegamento principali. Occorse l'intervento di ingenti forze di carabinieri da Andria e da Bari per sedare la situazione e in uno scontro a fuoco nella zona "Faro" perse la vita Michele Colia, così come ricordato da una lapide deposta sul luogo. Il 26 giugno giunsero a Minervino per placare gli animi l'onorevole Scoccimarro e i segretari comunisti di Andria, Di Gaetano, e di Bari, Di Donato. Si riuscì ad ottenere la liberazione degli arrestati ma due giorni dopo sopraggiunse il battaglione di San Marco che fece una retata notturna di 30 persone.
Dopo 28 mesi si celebrò il processo che assolse tutti nell'ottica di riconciliazione e pacificazione nazionale. L'ultimo rigurgito di fanatismo politico si ebbe l'8 maggio 1948 in occasione della messa Pontificale per festeggiare la vittoria elettorale della Democrazia Cristiana, con l'intervento del Vescovo di Andria monsignor Di Donna.
Solo il pronto intervento delle forze dell'ordine riuscì a scongiurare il pericolo di uno scontro con gli attivisti comunisti che avevano organizzato un raduno non autorizzato sul Palazzo Comunale. La giornata si concluse pacificamente nonostante lo scoppio senza conseguenze di una bomba. Nel secondo dopoguerra, con l'abbandono dell'agricoltura, anche Minervino fece i conti con un'emigrazione di massa, che portò la popolazione dai 18.000 abitanti del 1978 agli odierni 10.000, calo demografico che ha inserito Minervino Murge nella fascia dei comuni baresi a rischio di estinzione insieme a Poggiorsini e Grumo Appula, secondo l'indagine statistica dell'Istituto CRESME, pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 19/4/2002.

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