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- Grotta di San Michele- (galleria foto)

Localizzazione
La grotta che ospita la chiesa rupestre si trova ai piedi di Minervino, a nord, in una vallata che nella toponomastica porta il nome di S. Salvatore e che si trova al termine di quel canale naturale, un tempo fiumiciattolo, denominato "Matitani" (etimologia vagamente greca che ricorda lo "scorrere" e il "travolgere", perché trasporta le acque e i detriti delle colline durante i temporali più copiosi). La zona si è rivelata ricca di insediamenti: nella parte che va dalla grotta di S. Michele alla chiesa rupestre della Madonna del Sabato, sono state ritrovate tombe e resti di insediamento risalenti al VII sec. a.C. e testimonianze di epoca imperiale sono presenti nella stessa grotta.

Origini della grotta e del territorio
È una cavità di origine carsica creata dall'erosione che l'acqua piovana opera sulle rocce calcaree di cui è composta l'ossatura delle nostre colline dell'Alta Murgia. La tipicità morfologica di questa terra è il prodotto di una lunga erosione ad opera soprattutto delle acque piovane che, contenendo anidride carbonica, hanno il potere di sciogliere il carbonato di calcio di cui sono composte le rocce calcaree. Così l'acqua caduta dal cielo ha finito con l'essere il primo vero scultore che, con immane pazienza, ha dato forma ad uno dei fenomeni straordinari del paesaggio pugliese: il carsismo. È soprattutto sull'Alta Murgia che si riscontrano quasi tutti i maggiori fenomeni del carsismo e dove, risultando poco estesi altri tipi di sedimenti in grado di svolgere un'azione protettiva nei confronti dell'acqua piovana, si ha la diretta esposizione subaerea dei calcari. Questi processi carsici sono stati e sono tuttora i principali fattori del modellamento del terreno, specialmente nella parte più interna del comprensorio, dove i terreni di copertura e la terra rossa sono assenti (o comunque occupano poco spazio e la vegetazione arborea manca). Le forme sotterranee derivanti dai fenomeni carsici sono distinte in pozzi, inghiottitoi, voragini o gravi, caverne e grotte riccamente adornate da colorate e suggestive formazioni di stalattiti e stalagmiti.

Profilo storico
Le prime testimonianze scritte che parlano della grotta di S. Michele sono rinvenibili in una pergamena bilingue (greco e latino) datata 12 febbraio dell'anno 1000, conservata nell'Abbazia di Montecassino. Questo documento attesta la restituzione di alcuni territori del meridione all'Abbazia che li possedeva "ab antiquis temporibus"; fra l'altro è detto "... et in pertinentiis de civitate Minervine speluncam ubi est ecclesia Sancti Salvatoris... "; la toponomastica attesta ancora oggi l'antico culto, forse dei primordi del cristianesimo, al Salvatore. Successivi documenti sono quello del 1008 in cui l'abate Giovanni di Montecassino diede al monaco Trofari varie chiese tra cui quella di S. Salvatore in Minervino e quello del 1011 in cui Basilio, Protospatario e Catapano d'Italia, in Salerno confermava l'atto dell'anno 1000, ribadendo il diritto al possesso da parte dell'Abbazia di Cassino di quelle terre fra cui la " speluncam et ecclesiam Sancti Salvatoris... " . La cultura del vivere in grotta adattò subito questo "edificio naturale" al culto cristiano. È del 1668 la descrizione della grotta ad opera del Tabulario Onofrio Tango per l'atto di vendita del feudo alla famiglia Tuttavilla di Calabritto (archivio capitolare di Minervino); in essa è esplicitamente citata la grotta di S. Michele. Il culto del Gargano ha trasformato la grotta del Salvatore nella grotta dedicata a S. Michele; i pellegrini a Monte S. Angelo e la consuetudine di mettere delle immagini "a guardia" delle cavità, ingresso degli Inferi, ci spiegano il motivo della trasformazione. Nelle visite pastorali del 1700 e 1800 si cita sempre la grotta con questo titolo e fino agli inizi del XIX sec. tra il clero della città figura sempre l'eremita di S. Michele. Interessante è il riferimento alla statua di marmo, che non è la stessa di oggi (in gesso) copia di quella di Monte S. Angelo. A proposito della statua abbiamo una precisa documentazione nella "Storia di Minervino" di Vito Carbone, manoscritto in copia presso la Biblioteca Comunale; il manoscritto è del 1865. Il Carbone descrive la grotta ricordando che il suo ingresso principale è la voragine che illumina e che solo successivamente è stato ricavato un altro ingresso adiacente. Ci descrive l'altare posto lungo le scale affermando che fu costruito nel 1733 in seguito ad un terremoto che impaurì i minervinesi che non vollero più scendere per la celebrazione della Messa all'altare maggiore. Oggi questo altare lo si può ancora ammirare ed è sormontato da un affresco del Crocifisso. Ci descrive anche i torrioni che chiama orchestre. Il Carbone ci parla ancora delle quattro colonnine di marmo: una scanalata con capitello lavorato, cosi pure la seconda ma con colonna scanalata spiralmente, le altre due lisce con capitelli quadrangolari. Ancora oggi è possibile ammirare le quattro colonne. Dopo aver descritto la grotta, il Carbone descrive l'immagine del Santo e ci riferisce dei particolari degni di nota: "il simulacro lapideo rinvenuto l'altezza avea poco più di tre palmi, stava ritto in piedi, era galcato (con la galea romana), con capelli al di sotto dell'elmo sparsi parte sul dorso e parte cascanti sul petto; teneva nella destra una lancia e ai piedi una civetta". Chiaramente la descrizione ci rimanda all'iconografia classica in cui è raffigurata Minerva, una giovane donna armata accompagnata da una civetta, simbolo della vigilanza. Alla fine del 1700 una nuova statua fu fatta fare dal sig. Giovanni Rizzi. Il Carbone non fa menzione dell'altare in breccia corallina, che è identico a quello della settecentesca chiesetta della Madonna di Costantinopoli.

La grotta oggi
L'ingresso neoclassico, con sull'architrave della porta la scritta "Quis ut Deus " (la trascrizione latina del nome ebraico Mikael), è stato edificato alla fine del 1800. Nel corridoio che porta alla scala si può ammirare sulla volta un affresco con l'immagine dell'Arcangelo contornato da calchi in terracotta di angioletti. Dopo la prima rampa di scale a destra, un palietto seicentesco, resto di un antico altare; a sinistra un ballatoio con una mangiatoia in tufo; sempre a destra un altare in pietra con nicchia con l'immagine del SS. Crocifisso che si venera in Chiesa Madre. Scendendo, a destra e a sinistra due imponenti torrioni in pietra; su quello di sinistra una vaga stalagmite mostra una protuberanza simile ad un ginocchio, sempre umida, alla quale la tradizione ha attribuito il simbolico nome di "ginocchio di S. Lucia". Arrivati al termine della scalinata, le quattro colonnine ci rimandano ad un ipotetico antico ciborio, con copertura verosimilmente in legno, dato che non ci sono tracce di coperture in pietra. Le colonnine di avanti sono: quella di destra a tortiglione con capitello ornato di palme; quella di sinistra è una colonna corinzia scanalata, con relativo capitello, le colonnine di dietro sono a papiro, con capitello trapezoidale senza ornamento. L'altare in breccia corallina è sovrastato da un ciborio di pietra ricoperta di calce. Sull'altare la statua in gesso di S. Michele. Dietro l'altare, attraverso un agevole pertugio si accede ad un cunicolo non molto lungo; a destra una colonna mossa che è sempre piena d'acqua in corrispondenza di stalattiti; a sinistra quello che resta di una vasca in pietra.

Il culto
La tradizione ha due date per commemorare S. Michele: il 29 settembre, festa della dedicazione di una basilica romana dedicata al Santo e l'8 maggio festa dell'apparizione dell'Arcangelo al Gargano. Nella chiesa rupestre si festeggia l'8 maggio e come attestato nel Tabulario Onofrio Tango c'è affluenza di molta gente: "... nel giorno suo si fa una bellissima festa con molte messe, dove concorrono l'abitanti delle città e terre convincine". Anche il Carbone nel manoscritto del 1865 a proposito della descrizione delle "orchestre" dice: "una per la banda che suonava in occasione della festa, l'altra per la gente che accorreva numerosa nel giorno della festa." Cultore della festa era il Capitolo Cattedrale che già fino alla fine del 1800, come attesta l'ultimo libro delle Conclusioni Capitolari, andava in processione, a cavallo. L'attuale cura della chiesa rupestre è nelle mani della parrocchia S. Michele Arcangelo.

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